Punteggia il buio un tintinnare di monete d’oro L’aria tremante si rannicchia nelle braccia del lago Meditabonda si muove insonne la notte frusciando fra respiri trattenuti ed alla vista della luna le sovviene un identico sorriso di Gioconda. - Giovanna Giordani -
Teneva la caravoce del signore nella profonda grotta delle orecchie, al riparo. Al riparo da cosa? Dal vento del tempo, del tempo che consuma. Le orecchie custodivano la caravoce come vestali.
E' una fiaba della scrittrice Rosella Rapa, che avevo letto in rete parecchio tempo fa e, avendola piacevolmente ritrovata, sono contenta di proporla per la sua squisita gradevolezza
Elisa la Splendida era la Stellina più bianca e più
lucente di tutta la Via Lattea.
Era una
Stellina molto simpatica: cantava e ballava, tenendosi per mano con le sue
mille e mille sorelle, ed insieme traversavano il cielo facendo sognare grandi
e piccini.
Talvolta,
guardando giù, Elisa vedeva lontano lontano altre Stelle, tutte in fila, come
loro. " Vorrei tanto conoscere quelle Stelline laggiù!. "
pensava "Chissà quante belle storie avranno da raccontare, e chissà come
sarebbero contente di ascoltare le mie canzoni!". La Luna, vecchia e
Saggia, le ricordava :-Tranquilla, Elisa, godi quello che hai,
resta con le tue sorelline. - Elisa restava tranquilla per un pochino, poi,
quando la Luna non c' era, continuava impaziente a guardare l' altra
Via Lattea, che le sorrideva. Una Notte, molto Buia, non resistette più:
sfuggì di mano alle sorelle, prese la rincorsa, e viaaa !!!! Si buttò giù,
oltre l' infinito.
E volò, e volò,
e volò …… finchè ciunfete! Cascò in qualcosa di duro e appiccicaticcio che non
conosceva. Che spavento! Tenendo gli occhi chiusi stretti stretti per la paura,
continuò a sentirsi cadere, sempre più piano, sempre più lentamente; ad un
certo punto … PUF, e si fermò sul morbido. Terrorizzata, sentì strani rumori:
muoversi muoversi, voci agitate intorno a lei, corse frenetiche. Piano piano,
con cautela, aprì un occhietto, poi l' altro ...
Che Meraviglia
!!!
Movimento, luci, colori !
Elisa la splendida non aveva mai visto, dall' alto del cielo stellato, i colori
del Mare; lei conosceva soltanto il bianco lucente delle stelle, e il blu scuro
della Notte. Fra tutti gli esseri che la circondavano, il più bello era davanti
a lei, giallo e luminoso, con una piccola corona in capo, e la codina tutta
arricciata. Era lungo e sottile, e stava dritto molto fieramente.
-Io sono Cavalreuccio, il
re dell' Oceano Più Caldo. - spiegò. - Bellissima principessa staniera, vuoi
essere mia moglie ? -Elisa rimase così esterrefatta, che non riuscì neppure a
parlare. Chiuse gli occhietti, sbattè le ciglia, e gli abitanti marini presero
tutto questo come un sì. La fecero salire su una carrozza di conchiglia,
trascinata da due pesci d' argento, e la portarono nella magnifica reggia di
Corallo, dove gli archipolipetti continuavano a costruire senza sosta sale e
saloni ogni giorno più belli e scintillanti, pieni di colonne, decori e
incastri sempre diversi. Elisa
era molto felice, insieme al suo sposo Cavalreuccio: ebbero tanti figlioletti,
Stelline e Cavallucci, di ogni colore. Alcuni si fermarono con loro, nell'
regno Oceano Più Caldo, altri cominciarono a viaggiare, per conoscere i Sette
mari di cui tanto si parlava. Un giorno, cinque cavallucci bianchi
tornarono entusiasti.-Abbiamo trovato un mare
sottile sottile, tanto sottile che non si poteva nemmeno stare diritti. Oltre
il Mare c'era un'altra cosa sottile e leggera, di un azzurro chiaro e trasparente:
poi è accaduta una cosa magnifica. L' azzurro è diventato tutto scuro, più
scuro del mare, e sono comparsi tantissimi puntini, bianchi e lucenti.
Sembravano ancora più lucenti di mamma. -Elisa si sentì stringere il cuore : il
cielo! Come aveva potuto dimenticare il suo cielo, le sue sorelle, il suo
passato? Fu presa dalla nostalgia, e dalla voglia di rivederlo, almeno per una
volta.Cavalreuccio
l' ammonì.-Attenta, mia Splendida
Elisa, non
farti trascinare: qui è casa tua, ormai, hai tanti bambini, e tutti ti vogliono
bene. -Elisa ascoltò una volta, poi un' altra; poi, un giorno che Cavalreuccio
era lontano, in visita ad un altro re, zitta zitta, si allontanò dal palazzo di
Corallo e cominciò a salire, salire, sempre più alto a cercare l'
azzurro. Ma … Aimè ! Fu catturata !Rimase impigliata in una rete di pescatori, che la gettarono prima in
mezzo ai pesci, poi fu scaraventata su una spiaggia, dove finì bruciata dal
sole e ridotta in finissima sabbia. La sabbia fu calpestata, raccolta, trasportata,
dispersa. Volò via con il Vento, ed infine ricadde sulla Terra.
Passarono mille e mille anni, ma Elisa non se ne accorse nemmeno. Non si
accorse di passare di spiaggia in spiaggia, di terra in terra; finchè un giorno
aprì gli occhi, e vide … vide tutte le sue sorelle, su in alto, bellissime e
lucenti, milioni
di puntini luminosi nella Via Lattea, bianca e splendida come sempre.Elisa chiamò disperata :-Sorelline, sorelline,
venite a prendermi!!! --Non possiamo, non possiamo!
- risposero le Stelline, piangendo tutte insieme.Piansero tanto, e le loro lacrime caddero giù, dal
cielo fin sopra la terra, bianche e scintillanti. Coprirono quasi tutto, con un
manto bianchissimo che brillava alla luce della Luna, rischiarando il cielo
blu. Elisa si addormentò di nuovo,e quando finalmente si svegliò, sentì una
carezza vellutata su di lei.-Elisa, sono Cavalreuccio
! –Una farfalla, con le ali gialle come il sole, le aveva dato un bacio, e l'
aveva destata.-Siamo tutti qui ! -
spiegò il nuovo Cavalreuccio. - Ci sono le genziane, blu come il cielo di
notte, le genzianelle, appena più chiare, come le onde, gli anemoni che
conoscevi tanto bene, con tutti i loro colori, e ancora tanti, tantissimi fiori
e farfalle per farti compagnia. Guardati intorno: ci sono anche le tue sorelle
! - Elisa si mosse un pochino : si
accorse di avere uno stelo, che poteva piegare, per guardare di qua e di la, e
poi in alto, verso il cielo, il sole, la luna e la Via Lattea. Accanto a lei c'
erano … sì, incredibile, c' erano proprio delle Stelle, bianche e vellutate,
splendide come non mai. Con un vestitino di pelo, per resistere alle notti più
fredde, e cantare con le altre sorelle rimaste in alto. Non bisogna mai raccoglierle, perché sono molto rare,
e crescono solo sulle montagne alte, altissime, per arrivare a toccare il cielo
: sono le Stelle Alpine.
C’era una volta un piccolo cuore, ma proprio piccolo piccolo,
tanto che il suo lieve battito si sentiva appena.
Un giorno, non si sa come
nè quando, questo piccolo cuore si ritrovò
in un luogo misterioso e cominciò a piangere silenziosamente.
Le fate stavano facendo la loro passeggiata giornaliera e notarono
fra le foglie di malva, al bordo del sentiero, una cosina tutta rossa che non
era sicuramente una fragola. Beh, era il piccolo cuore, come avrete già capito!
Le fatine si fermarono di botto assai incuriosite. Fata-farfalla lo raccolse
delicatamente nella sua mano cercando di asciugargli le piccole lacrime, poi lo
mostrò alle sue compagne che lo ammirarono stupefatte perché non avevano mai
visto nulla di simile dalle loro parti.
La notizia si sparse per tutto il regno e giunse così alle
orecchie della regina delle fate e del
principe degli elfi che accorsero per vedere lo strano esserino.
Il piccolo cuore aveva due occhietti azzurri come quelli dei
myosotis e allora si decise all’unanimità di chiamarlo Myo. E così lo
chiameremo anche noi durante questo breve racconto.
Myo si guardava intorno incuriosito e non diceva una parola
(aveva anche una piccola bocca), ma almeno non piangeva più.Però...però sorgeva un bel problema. Chi si sarebbe preso cura
di lui? A questo interrogativo si udì un coro di voci che diceva: -io, io, io, io! -
Ma è chiaro che Myo non poteva abitare in tutte le casine
delle fate e così venne presa una decisione che nessuno si sarebbe aspettato:
la regina delle fate decise che Myo doveva essere condotto al suo castello dove
lei stessa avrebbe provveduto ad accudirlo.
Le fate esclamarono un OOOHHH che fece tremare le foglie degli alberi vicini,
perché abitare nel castello della regina era, naturalmente, considerato un
grande privilegio. Però furono tutte contente di quella decisione che almeno
non avrebbe permesso loro di litigare per ospitare quel tenero batuffolino
rosso!
Fu così che la regina ordinò ai folletti di sistemare
delicatamente il piccolo cuore nella sua carrozza d’oro e, via, al galoppo verso il castello. Il principe
degli elfi, invece, fu invitato a cena dalle fate durante la
quale gli raccontarono di come avevano trovato quel tipetto così
diverso da loro.
Intanto la regina era arrivata nella sua dimora regale e fece
preparare una bellissima stanza per Myo il quale non si rendeva neanche conto
di quello che gli stava succedendo, ma capiva solo che qualcuno si stava per
davvero occupando di lui.
I giorni passavano, Myo si stava adattando al nuovo ambiente
nel quale riceveva tutto ciò di cui sembrava aver bisogno.
Ogni tanto arrivava in visita al castello il principe degli
elfi con i suoi folletti e Myo si rendeva
conto di quanto il loro aspetto fosse così diverso dal suo. Forse era per
questo, pensava la regina, che ogni tanto scorgeva in quegli occhietti azzurri una certa
malinconia.
Un giorno provò a parlargliene e così il piccolo cuore le
disse che gli sarebbe tanto piaciuto avere l’aspetto di uno degli elfi che
vedeva saltellare felici nei prati intorno al castello.
Detto fatto, la regina delle fate sfoderò la sua bacchetta
magica e il piccolo cuore diventò un bellissimo elfo.
- Sei felice ora? – gli chiese. - Oh si, tanto, grazie regina - rispose Myo
abbracciandola senza pensarci due volte!
Il tempo passava e il folletto Myo si divertiva a giocare e a
scherzare assieme agli altri compagni.
- E il piccolo cuore?- Direte voi – dov’è andato a finire? - Beh, il piccolo cuore era rimasto dentro il
petto di Myo e continuava a battere con sempre maggior forza tanto che qualche
volta faticava a calmarlo. Fu in uno di questi momenti che Myo si accorse che
forse il suo cuore voleva dirgli qualcosa che lui non riusciva proprio a capire. Provava così una sensazione
strana che gli toglieva un po’ della serenità che godeva in quel posto
incantato. In fondo era nel castello della regina delle fate, aveva tutto
quello che desiderava, eppure ogni tanto saliva dal suo piccolo cuore uno
strano richiamo. Si decise a confidarsi con la regina la quale riflettè molto
su quanto udiva e capì che il cuore di Myo forse desiderava qualcosa che la sua
bacchetta magica probabilmente non era in grado di fargli avere. E questo le
dispiaceva molto.
Un giorno d’estate la regina decise di portare Myo a fare una
passeggiata lungo il sentiero che confinava con il suo regno e dove era molto
facile incontrare gli esseri umani. Ad un certo punto passò accanto a loro una giovane donna dallo sguardo molto triste.
Alla sua vista Myo sentì il cuore accelerare i battiti in modo tale che dovette
fermarsi a sedere su una panchina. La regina prese posto accanto a lui e, mano
a mano che Myo le raccontava del suo cuore in tempesta, ella cominciava a comprendere che i suoi sospetti si stavano
rivelando delle certezze. Ma non disse nulla.
Tornati al castello ognuno riprese le sue solite occupazioni.
Ma quando Myo ripensava a quell’incontro sentiva nel suo
cuore come la puntura di uno spillo che per un po’ gli procurava un leggero
dolore. Intanto la regina, che voleva la
felicità di Myo, non sapeva come fare a donargli quella serenità che sembrava
scemare di giorno in giorno dagli occhi azzurri del suo pupillo. Pensa e
ripensa, ad un certo punto si ricordò del suo vecchio amico mago Eliodoro che non
vedeva da tanto tempo e decise di mandarlo a chiamare per un consulto
importante. Il mago Eliodoro non se lo fece ripetere due volte perché aveva una
simpatia particolare per quella regina e arrivò come un fulmine al castello.
Quando seppe del problema capì che era proprio una magia
difficilissima quella che gli stava chiedendo la regina delle fate, ma non
volle arrendersi e, tornato nella sua vecchia torre, dove si trovava la sua biblioteca, cominciò a
consultare i suoi libri di magia uno ad uno. Dopo un po’ di giorni il mago
Eliodoro ritornò tutto ottimista al castello della regina dicendo che, forse, la speciale magia poteva essere
compiuta, ma doveva avvenire solo nel regno delle fate e non in quello degli
umani.
Allora la regina radunò alcune fatine e, dicendo loro di procurarsi della polverina magica, si avviò per quel
sentiero in cerca di quella giovane donna dagli occhi tristi che aveva fatto battere
tanto il cuore al suo Myo. Quando la
videro sbucare dal fondo del viale ordinò alle fatine di spruzzare sul capo
della donna la polverina che la addormentò subito e poi tutte insieme la
sollevarono e la portarono al castello dove il mago Eliodoro potè compiere la
sua magia.
Quando la donna si svegliò, vide davanti a lei Myo con lo
sguardo splendente di gioia. Non era più un folletto, ma un bambino come tutti
gli altri. La donna gli spalancò le braccia nelle quali lui si rifugiò senza indugio mentre
le sue labbra pronunciavano una parola che glidettava il suo piccolo
cuore : mamma! La sua mamma ritrovata lo
stringeva forte a sé ed ambedue non
smisero di piangere fino a quando nel cielo apparve una luna immensa con un
sorriso particolare.
Myo e la sua mamma non capivano bene in che luogo fossero
capitati, ma questo non li preoccupava; erano solamente consapevoli che
qualcuno li aveva fatti incontrare e che i loro cuori si erano riconosciuti e
ora battevano all’unisono e non avrebbero potuto più rimanere divisi l’uno
dall’altro, per nessuna ragione al
mondo.
E non seppero mai che anche la regina, mentre li osservava, sentiva
sgorgare dai suoi occhi delle goccioline che un venticello leggero raccolse e
lasciò cadere nel mare, dove furono gelosamente custodite dalle preziose
conchiglie.
Giovanna Giordani
Domenica scorsa era la giornata del Movimento per la Vita e sono stata molto felice che questa mia fiaba abbia ispirato, per l'occasione, la seguente rappresentazione realizzata in notevole collaborazione fra grandi e piccini con reciproca gioiosa soddisfazione
E visto il clima elettorale ecco cosa ci propone questa simpaticissima artista
Le e-lezioni delle povere bestie
di Domenica Luise
I lupi in veste di lupo e i lupi in veste di agnello avevano fatto alleanza per vincere le elezioni e mangiarsi il gregge, ma all’ultimo momento era spuntato un nuovo partito che disorientò tutti i progetti: gli agnelli in veste di lupo coi lupacchiotti al seguito, che tentavano di sopravvivere o così affermavano. I leoni e le leonesse, le iene ridentes e piagnucolantes, le tigri, i puma e tutte le belve, intenzionati a farsi lautamente mantenere da topi, gatti, cani e bestiole varie, si affrettarono a presentare ognuno il proprio simbolo, ma anche le pulci, che erano universalmente presenti sui diversi manti pelosi, si dettero da fare, cercarono alleanze e formarono una lista di alti acrobati dei conti pubblici. E tutti si organizzarono svelando in televisione le magagne vicendevoli, sempre le stesse secondo i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria, sicché alla fine nessuno capì più niente tranne una cosa elementareuniversalmente nota: che a pagare le tasse e permettere la sopravvivenza economica del pianeta non erano i ricconi, a parte le lodevoli eccezioni, che evadevano e avevano sempre ragione, né i mendicanti, che soldi non ne avevano o facevano finta di non averne, ma quelli di mezzo:professorucoli, pensionatucci, impiegatucci, fattorini portabagagli, colf messe in regola e via così temporeggiando. In realtà gli unici che lavoravano davvero erano i volontari, su cui si basava il benessere del pianeta, perché lo facevano solo per amore e non per rubare il denaro pubblico o i soldi della beneficenza.
< C’è crisi, c’è crisi> squittivano i topi, compresi Topolino e Minnie.
< Ma che è questa quaresima?> si lamentavano i leoni maschi perché le prede trascinate dalle femmine erano sempre più magre e anemiche.
< Perfino la luna piena non dà più la sua bella luce, è imbronciata, rannuvolata, quasi piangente> ululavano i lupi, anche i cani gli facevano il controcanto abbaiando a tempo al ritmo della coda.
< Smettetela di sfottermi> rispondeva la luna, <ho appena pagato la seconda rata dell’imu celestiale e mi è passata la voglia di scherzare>.
< Tutte bugie per manovrare la popolazione> strepitavano le iene rosicchiando le ossa rimaste dopo il banchetto di condor e sparvieri.
< Chicchirichì> intervenne il gallo, <e cosa dovrei dire io, mi hanno perfino accusato di essere un estremista violento solo perché ho queste quaranta galline da tenere in riga, se non le becco per bene non obbediscono, come tutte le femmine, ma io sono buono, lo faccio per il loro bene, per i figli, i posteri e il pianeta, mica per il piacere di fare loro sanguinare il collo e la schiena>.
Le galline, tutte insieme ammassate in un angolo perché si spaventavano di buscarle ancora, mormoravano sottovoce: <Coccodè. Ma che colpa abbiamo noi, sempre a spremerci e fare le uova, covare e crescere i pulcini e neanche dicono mamma e pio pio che già ci sono le altre uova e le altre covate> e presentarono una propria lista per la liberazione delle femmine.
< È il meccanicismo illuministico che condanna alla sofferenza> teorizzava una gallina di cultura, che aveva aperto un blog di poesia infrequentatissimo ed era perfino laureata.
< Ma tu per chi voti?>.
< Non lo so, e tu?>.
< Votare bisogna, un’opinione ci vuole>.
< Sì, ma cosa scegliere?>.
< I lupi no, troppo ululanti e sono pure ladri>.
< I leoni nemmeno, troppo presuntuosi, sono maschilisti e rubano a dritta e a manca>.
< Le iene ci mangerebbero subito e sono tutte ladre>.
< Le pulci fanno le finte tonte, ma sono innumerevoli e hanno un motto preoccupante: l’unione fa la forza>.
< Anche loro rubano sempre doppia porzione di sangue e si sono organizzate in eserciti di squadre violente>.
< Coccodè, daremo tutte a noi stesse il nostro prezioso voto>.
< Forse le oche potrebbero allearsi con noi>. Ma anche le oche avevano presentato la propria lista, che intitolarono Campidoglio.
< Vota per me> disse la formica, <sono una che fa lavorare gli altri>.
< No, vota per me> fece l’ape, <altrimenti ti pungo a morte insieme allo sciame>. <No, vota per me> sbraitò la tigre, <altrimenti ne patirebbe il commercio delle armi e senza guerre qui o lì come camperemmo?>.
Così ognuno votò per sè e per i fatti propri e gli unici che votarono per gli altri furono quelli che non avevano potere, che pagavano le tasse e si ostinavano a risparmiare in tempi di magra, temendo che alla fine arrivassero tempi più magri ancora e che la banca a cui dovevano l’ultima rata del mutuo gli levasse la casa e l’orto.
La conclusione fu che le tasse superarono ben presto gli stipendi e, dopo il fallimento delle piccole e medie imprese, nessuno poté più pagarle, così li condannarono ai lavori forzati e si vedevano professori anche universitari, medici, ingegneri e farmacisti insieme a poveri poeti, maestri d’arte, ferraioli e pensionati perfino ottantenni che sterravano le strade, riparavano le case cadenti e lavoravano la terra nuovamente col bue e l’asinello per risparmiare. Di buono ci fu che diminuirono i mucchi di spazzatura, le discariche si liberarono, si tornò al baratto, al carbone e tutti i ragazzi smisero di giocare sempre al computer e organizzare feste sceme con qualunque scusa.