venerdì 8 febbraio 2013

MOONLIGHT (Ascoltando Beethoven)





Punteggia il buio
un tintinnare di monete d’oro
L’aria tremante 
si rannicchia
nelle braccia del lago
Meditabonda
si muove insonne
la notte 
frusciando fra respiri
trattenuti
ed alla vista della luna
le sovviene
un identico sorriso
di Gioconda.


- Giovanna Giordani -

giovedì 7 febbraio 2013

IL SIGNORE DELLA CARAVOCE





Teneva la caravoce del signore nella profonda grotta delle
orecchie, al riparo.
Al riparo da cosa?
Dal vento del tempo, del tempo che consuma.
Le orecchie custodivano la caravoce come vestali.

- VIVIAN LAMARQUE -

LA SPLENDIDA


E' una fiaba della scrittrice Rosella Rapa, che avevo letto in rete parecchio tempo fa e, avendola piacevolmente ritrovata, sono contenta di proporla per la sua squisita gradevolezza 





Elisa la Splendida era la Stellina più bianca e più lucente di tutta la Via Lattea.
Era una Stellina molto simpatica: cantava e ballava, tenendosi per mano con le sue mille e mille sorelle, ed insieme traversavano il cielo facendo sognare grandi e piccini.
Talvolta, guardando giù, Elisa vedeva lontano lontano altre Stelle, tutte in fila, come loro. " Vorrei tanto conoscere quelle Stelline laggiù!. " pensava "Chissà quante belle storie avranno da raccontare, e chissà come sarebbero contente di ascoltare le mie canzoni!". La Luna, vecchia e Saggia, le ricordava :-          Tranquilla, Elisa, godi quello che hai, resta con le tue sorelline. - Elisa restava tranquilla per un pochino, poi, quando la Luna non c' era, continuava impaziente a guardare  l' altra Via Lattea, che le sorrideva. Una Notte, molto Buia, non resistette più: sfuggì di mano alle sorelle, prese la rincorsa, e viaaa !!!! Si buttò giù, oltre l' infinito.
E volò, e volò, e volò …… finchè ciunfete! Cascò in qualcosa di duro e appiccicaticcio che non conosceva. Che spavento! Tenendo gli occhi chiusi stretti stretti per la paura, continuò a sentirsi cadere, sempre più piano, sempre più lentamente; ad un certo punto … PUF, e si fermò sul morbido. Terrorizzata, sentì strani rumori: muoversi muoversi, voci agitate intorno a lei, corse frenetiche. Piano piano, con cautela, aprì un occhietto, poi l' altro ...
Che Meraviglia !!!
Movimento, luci, colori ! Elisa la splendida non aveva mai visto, dall' alto del cielo stellato, i colori del Mare; lei conosceva soltanto il bianco lucente delle stelle, e il blu scuro della Notte. Fra tutti gli esseri che la circondavano, il più bello era davanti a lei, giallo e luminoso, con una piccola corona in capo, e la codina tutta arricciata. Era lungo e sottile, e stava dritto molto fieramente.
-          Io sono Cavalreuccio, il re dell' Oceano Più Caldo. - spiegò. - Bellissima principessa staniera, vuoi essere mia moglie ? -Elisa rimase così esterrefatta, che non riuscì neppure a parlare. Chiuse gli occhietti, sbattè le ciglia, e gli abitanti marini presero tutto questo come un sì. La fecero salire su una carrozza di conchiglia, trascinata da due pesci d' argento, e la portarono nella magnifica reggia di Corallo, dove gli archipolipetti continuavano a costruire senza sosta sale e saloni ogni giorno più belli e scintillanti, pieni di colonne, decori e incastri sempre diversi.  Elisa era molto felice, insieme al suo sposo Cavalreuccio: ebbero tanti figlioletti, Stelline e Cavallucci, di ogni colore. Alcuni si fermarono con loro, nell' regno Oceano Più Caldo, altri cominciarono a viaggiare, per conoscere i Sette mari di cui tanto si parlava. Un giorno, cinque cavallucci bianchi tornarono entusiasti.  -          Abbiamo trovato un mare sottile sottile, tanto sottile che non si poteva nemmeno stare diritti. Oltre il Mare c'era un'altra cosa sottile e leggera, di un azzurro chiaro e trasparente: poi è accaduta una cosa magnifica. L' azzurro è diventato tutto scuro, più scuro del mare, e sono comparsi tantissimi puntini, bianchi e lucenti. Sembravano ancora più lucenti di mamma. -Elisa si sentì stringere il cuore : il cielo! Come aveva potuto dimenticare il suo cielo, le sue sorelle, il suo passato? Fu presa dalla nostalgia, e dalla voglia di rivederlo, almeno per una volta. Cavalreuccio l' ammonì.-          Attenta, mia Splendida Elisa,  non farti trascinare: qui è casa tua, ormai, hai tanti bambini, e tutti ti vogliono bene. -Elisa ascoltò una volta, poi un' altra; poi, un giorno che Cavalreuccio era lontano, in visita ad un altro re, zitta zitta, si allontanò dal palazzo di Corallo e cominciò a salire, salire, sempre più alto a cercare l' azzurro. Ma … Aimè ! Fu catturata ! Rimase impigliata in una rete di pescatori, che la gettarono prima in mezzo ai pesci, poi fu scaraventata su una spiaggia, dove finì bruciata dal sole e ridotta in finissima sabbia. La sabbia fu calpestata, raccolta, trasportata, dispersa. Volò via con il Vento, ed infine ricadde sulla Terra. 

Passarono mille e mille anni, ma Elisa non se ne accorse nemmeno. Non si accorse di passare di spiaggia in spiaggia, di terra in terra; finchè un giorno aprì gli occhi, e vide … vide tutte le sue sorelle, su in alto, bellissime e lucenti,  milioni di puntini luminosi nella Via Lattea,  bianca e splendida come sempre. Elisa chiamò disperata :-          Sorelline, sorelline, venite a prendermi!!! --          Non possiamo, non possiamo! - risposero le Stelline, piangendo tutte insieme. Piansero tanto, e le loro lacrime caddero giù, dal cielo fin sopra la terra, bianche e scintillanti. Coprirono quasi tutto, con un manto bianchissimo che brillava alla luce della Luna, rischiarando il cielo blu. Elisa si addormentò di nuovo,e quando finalmente si svegliò, sentì una carezza vellutata su di lei.-          Elisa, sono Cavalreuccio ! –Una farfalla, con le ali gialle come il sole, le aveva dato un bacio, e l' aveva destata. -          Siamo tutti qui ! - spiegò il nuovo Cavalreuccio. - Ci sono le genziane, blu come il cielo di notte, le genzianelle, appena più chiare, come le onde, gli anemoni che conoscevi tanto bene, con tutti i loro colori, e ancora tanti, tantissimi fiori e farfalle per farti compagnia. Guardati intorno: ci sono anche le tue sorelle ! -  Elisa si mosse un pochino : si accorse di avere uno stelo, che poteva piegare, per guardare di qua e di la, e poi in alto, verso il cielo, il sole, la luna e la Via Lattea. Accanto a lei c' erano … sì, incredibile, c' erano proprio delle Stelle, bianche e vellutate, splendide come non mai. Con un vestitino di pelo, per resistere alle notti più fredde, e cantare con le altre sorelle rimaste in alto.  Non bisogna mai raccoglierle, perché sono molto rare, e crescono solo sulle montagne alte, altissime, per arrivare a toccare il cielo : sono le Stelle Alpine.

- Rosella Rapa
                                                         

martedì 5 febbraio 2013

IL PICCOLO CUORE


C’era una volta un piccolo cuore, ma proprio piccolo piccolo, tanto che il suo lieve battito si sentiva appena.
Un  giorno, non si sa come nè quando, questo piccolo cuore si ritrovò  in un luogo misterioso e cominciò a piangere silenziosamente.
Le fate stavano facendo la loro passeggiata giornaliera e notarono fra le foglie di malva, al bordo del sentiero, una cosina tutta rossa che non era sicuramente una fragola. Beh, era il piccolo cuore, come avrete già capito! Le fatine si fermarono di botto assai incuriosite. Fata-farfalla lo raccolse delicatamente nella sua mano cercando di asciugargli le piccole lacrime, poi lo mostrò alle sue compagne che lo ammirarono stupefatte perché non avevano mai visto nulla di simile dalle loro parti.
La notizia si sparse per tutto il regno e giunse così alle orecchie  della regina delle fate e del principe degli elfi che accorsero per vedere lo strano esserino.
Il piccolo cuore aveva due occhietti azzurri come quelli dei myosotis e allora si decise all’unanimità di chiamarlo Myo. E così lo chiameremo anche noi durante questo breve racconto.
Myo si guardava intorno incuriosito e non diceva una parola (aveva anche una piccola bocca), ma almeno non piangeva più.Però...però sorgeva un bel problema. Chi si sarebbe preso cura di lui? A questo interrogativo si udì un coro di voci che diceva:  -io, io, io, io! -
Ma è chiaro che Myo non poteva abitare in tutte le casine delle fate e così venne presa una decisione che nessuno si sarebbe aspettato: la regina delle fate decise che Myo doveva essere condotto al suo castello dove lei stessa avrebbe provveduto ad accudirlo.
Le fate esclamarono un OOOHHH  che fece tremare le foglie degli alberi vicini, perché abitare nel castello della regina era, naturalmente, considerato un grande privilegio. Però furono tutte contente di quella decisione che almeno non avrebbe permesso loro di litigare per ospitare quel tenero batuffolino rosso!
Fu così che la regina ordinò ai folletti di sistemare delicatamente il piccolo cuore nella sua carrozza d’oro e,  via, al galoppo verso il castello. Il principe degli elfi,  invece,  fu invitato a cena dalle fate durante la quale gli  raccontarono  di come avevano trovato quel tipetto così diverso da loro.
Intanto la regina era arrivata nella sua dimora regale e fece preparare una bellissima stanza per Myo il quale non si rendeva neanche conto di quello che gli stava succedendo, ma capiva solo che qualcuno si stava per davvero occupando di lui.
I giorni passavano, Myo si stava adattando al nuovo ambiente nel quale riceveva tutto ciò di cui sembrava aver bisogno.
Ogni tanto arrivava in visita al castello il principe degli elfi con i suoi folletti e Myo  si rendeva conto di quanto il loro aspetto fosse così diverso dal suo. Forse era per questo, pensava la regina, che ogni tanto  scorgeva in quegli occhietti azzurri una certa malinconia.
Un giorno provò a parlargliene e così il piccolo cuore le disse che gli sarebbe tanto piaciuto avere l’aspetto di uno degli elfi che vedeva saltellare felici nei prati intorno al castello.
Detto fatto, la regina delle fate sfoderò la sua bacchetta magica e il piccolo cuore diventò un bellissimo elfo.
- Sei felice ora? – gli chiese. -  Oh si, tanto, grazie regina - rispose Myo abbracciandola senza pensarci due volte!
Il tempo passava e il folletto Myo si divertiva a giocare e a scherzare assieme agli altri compagni.
- E il piccolo cuore?-  Direte voi – dov’è andato a finire? -  Beh, il piccolo cuore era rimasto dentro il petto di Myo e continuava a battere con sempre maggior forza tanto che qualche volta faticava a calmarlo. Fu in uno di questi momenti che Myo si accorse che forse il suo cuore voleva dirgli qualcosa che lui non riusciva  proprio a capire. Provava così una sensazione strana che gli toglieva un po’ della serenità che godeva in quel posto incantato. In fondo era nel castello della regina delle fate, aveva tutto quello che desiderava, eppure ogni tanto saliva dal suo piccolo cuore uno strano richiamo. Si decise a confidarsi con la regina la quale riflettè molto su quanto udiva e capì che il cuore di Myo forse desiderava qualcosa che la sua bacchetta magica probabilmente non era in grado di fargli avere. E questo le dispiaceva molto.
Un giorno d’estate la regina decise di portare Myo a fare una passeggiata lungo il sentiero che confinava con il suo regno e dove era molto facile incontrare gli esseri umani. Ad un certo punto passò accanto a loro  una giovane donna dallo sguardo molto triste. Alla sua vista Myo sentì il cuore accelerare i battiti in modo tale che dovette fermarsi a sedere su una panchina. La regina prese posto accanto a lui e, mano a mano che Myo le raccontava del suo cuore in tempesta, ella cominciava  a comprendere che i suoi sospetti si stavano rivelando delle certezze. Ma non disse nulla.
Tornati al castello ognuno riprese le sue solite occupazioni.
Ma quando Myo ripensava a quell’incontro sentiva nel suo cuore come la puntura di uno spillo che per un po’ gli procurava un leggero dolore.  Intanto la regina, che voleva la felicità di Myo, non sapeva come fare a donargli quella serenità che sembrava scemare di giorno in giorno dagli occhi azzurri del suo pupillo. Pensa e ripensa, ad un certo punto si ricordò del suo vecchio amico mago Eliodoro che non vedeva da tanto tempo e decise di mandarlo a chiamare per un consulto importante. Il mago Eliodoro non se lo fece ripetere due volte perché aveva una simpatia particolare per quella regina e arrivò come un fulmine al castello.
Quando seppe del problema capì che era proprio una magia difficilissima quella che gli stava chiedendo la regina delle fate, ma non volle arrendersi e, tornato nella sua vecchia torre,  dove si trovava la sua biblioteca, cominciò a consultare i suoi libri di magia uno ad uno. Dopo un po’ di giorni il mago Eliodoro ritornò tutto ottimista al castello della regina  dicendo che, forse, la speciale magia poteva essere compiuta, ma doveva avvenire solo nel regno delle fate e non in quello degli umani.
Allora la regina radunò alcune fatine  e, dicendo loro di procurarsi  della polverina magica, si avviò per quel sentiero in cerca di quella giovane donna dagli occhi tristi che aveva fatto battere tanto il cuore al suo Myo.  Quando la videro sbucare dal fondo del viale ordinò alle fatine di spruzzare sul capo della donna la polverina che la addormentò subito e poi tutte insieme la sollevarono e la portarono al castello dove il mago Eliodoro potè compiere la sua magia.
Quando la donna si svegliò, vide davanti a lei Myo con lo sguardo splendente di gioia. Non era più un folletto, ma un bambino come tutti gli altri. La donna gli spalancò le braccia  nelle quali lui si rifugiò senza indugio mentre le sue labbra pronunciavano una parola che gli dettava il suo piccolo cuore : mamma!  La sua mamma ritrovata lo stringeva forte a sé ed  ambedue non smisero di piangere fino a quando nel cielo apparve una luna immensa con un sorriso particolare.
Myo e la sua mamma non capivano bene in che luogo fossero capitati, ma questo non li preoccupava; erano solamente consapevoli che qualcuno li aveva fatti incontrare e che i loro cuori si erano riconosciuti e ora battevano all’unisono e non avrebbero potuto più rimanere divisi l’uno dall’altro,  per nessuna ragione al mondo.
E non seppero mai che anche la regina, mentre li osservava, sentiva sgorgare dai suoi occhi delle goccioline che un venticello leggero raccolse e lasciò cadere nel mare,  dove furono  gelosamente custodite dalle preziose conchiglie.

Giovanna  Giordani

Domenica scorsa era la giornata del Movimento per la Vita e sono stata molto felice che questa mia fiaba abbia ispirato, per l'occasione,  la seguente rappresentazione realizzata in notevole collaborazione fra grandi e piccini con reciproca  gioiosa soddisfazione


lunedì 4 febbraio 2013

LE E-LEZIONI DELLE POVERE BESTIE



E visto il clima elettorale ecco cosa ci propone questa simpaticissima artista

Le e-lezioni delle povere bestie
di Domenica Luise

  
I lupi in veste di lupo e i lupi in veste di agnello avevano fatto alleanza per vincere le elezioni e mangiarsi il gregge, ma all’ultimo momento era spuntato un nuovo partito che disorientò tutti i progetti: gli agnelli in veste di lupo coi lupacchiotti al seguito, che tentavano di sopravvivere o così affermavano. I leoni e le leonesse, le iene ridentes e piagnucolantes, le tigri, i puma e tutte le belve, intenzionati a farsi lautamente mantenere da topi, gatti, cani e bestiole varie, si affrettarono a presentare ognuno il proprio simbolo, ma anche le pulci, che erano universalmente presenti sui diversi manti pelosi, si dettero da fare, cercarono alleanze e formarono una lista di alti acrobati dei conti pubblici. E tutti si organizzarono svelando in televisione le magagne vicendevoli, sempre le stesse secondo i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria, sicché alla fine nessuno capì più niente tranne una cosa elementareuniversalmente nota: che a pagare le tasse e permettere la sopravvivenza economica del pianeta non erano i ricconi, a parte le lodevoli eccezioni, che evadevano e avevano sempre ragione, né i mendicanti, che soldi non ne avevano o facevano finta di non averne, ma quelli di mezzo:professorucolipensionatucciimpiegatucci, fattorini portabagagli, colf messe in regola e via così temporeggiando. In realtà gli unici che lavoravano davvero erano i volontari, su cui si basava il benessere del pianeta, perché lo facevano solo per amore e non per rubare il denaro pubblico o i soldi della beneficenza.
< C’è crisi, c’è crisi> squittivano i topi, compresi Topolino e Minnie.
< Ma che è questa quaresima?> si lamentavano i leoni maschi perché le prede trascinate dalle femmine erano sempre più magre e anemiche.
< Perfino la luna piena non dà più la sua bella luce, è imbronciata, rannuvolata, quasi piangente> ululavano i lupi, anche i cani gli facevano il controcanto abbaiando a tempo al ritmo della coda.
< Smettetela di sfottermi> rispondeva la luna, <ho appena pagato la seconda rata dell’imu celestiale e mi è passata la voglia di scherzare>.
< Tutte bugie per manovrare la popolazione> strepitavano le iene rosicchiando le ossa rimaste dopo il banchetto di condor e sparvieri.
< Chicchirichì> intervenne il gallo, <e cosa dovrei dire io, mi hanno perfino accusato di essere un estremista violento solo perché ho queste quaranta galline da tenere in riga, se non le becco per bene non obbediscono, come tutte le femmine, ma io sono buono, lo faccio per il loro bene, per i figli, i posteri e il pianeta, mica per il piacere di fare loro sanguinare il collo e la schiena>.
Le galline, tutte insieme ammassate in un angolo perché si spaventavano di buscarle ancora, mormoravano sottovoce: <Coccodè. Ma che colpa abbiamo noi, sempre a spremerci e fare le uova, covare e crescere i pulcini e neanche dicono mamma e pio pio che già ci sono le altre uova e le altre covate> e presentarono una propria lista per la liberazione delle femmine.
< È il meccanicismo illuministico che condanna alla sofferenza> teorizzava una gallina di cultura, che aveva aperto un blog di poesia infrequentatissimo ed era perfino laureata.
Ma tu per chi voti?>.
< Non lo so, e tu?>.
< Votare bisogna, un’opinione ci vuole>.
< Sì, ma cosa scegliere?>.
< I lupi no, troppo ululanti e sono pure ladri>.
< I leoni nemmeno, troppo presuntuosi, sono maschilisti e rubano a dritta e a manca>.
< Le iene ci mangerebbero subito e sono tutte ladre>.
< Le pulci fanno le finte tonte, ma sono innumerevoli e hanno un motto preoccupante: l’unione fa la forza>.
< Anche loro rubano sempre doppia porzione di sangue e si sono organizzate in eserciti di squadre violente>.
< Coccodè, daremo tutte a noi stesse il nostro prezioso voto>.
< Forse le oche potrebbero allearsi con noi>.
Ma anche le oche avevano presentato la propria lista, che intitolarono Campidoglio.
< Vota per me> disse la formica, <sono una che fa lavorare gli altri>.
< No, vota per me> fece l’ape, <altrimenti ti pungo a morte insieme allo sciame>. <No, vota per me> sbraitò la tigre, <altrimenti ne patirebbe il commercio delle armi e senza guerre qui o lì come camperemmo?>.
Così ognuno votò per  e per i fatti propri e gli unici che votarono per gli altri furono quelli che non avevano potere, che pagavano le tasse e si ostinavano a risparmiare in tempi di magra, temendo che alla fine arrivassero tempi più magri ancora e che la banca a cui dovevano l’ultima rata del mutuo gli levasse la casa e l’orto.
La conclusione fu che le tasse superarono ben presto gli stipendi e, dopo il fallimento delle piccole e medie imprese, nessuno poté più pagarle, così li condannarono ai lavori forzati e si vedevano professori anche universitari, medici, ingegneri e farmacisti insieme a poveri poeti, maestri d’arte, ferraioli e pensionati perfino ottantenni che sterravano le strade, riparavano le case cadenti e lavoravano la terra nuovamente col bue e l’asinello per risparmiare. Di buono ci fu che diminuirono i mucchi di spazzatura, le discariche si liberarono, si tornò al baratto, al carbone e tutti i ragazzi smisero di giocare sempre al computer e organizzare feste sceme con qualunque scusa.

- Domenica Luise -





domenica 3 febbraio 2013

PARSIFAL




Batte ancora
di terrore
o nobile Parsifal
il cuore delle volpi
inseguite
dagli aguzzini


E tu 
tanto lontano sei
da troppo tempo
ormai


Nuovi mostri
atterriscono
gli abitanti indifesi
del regno di Camelot
e nessuno più sorride
da quando sei partito


Solo una volpe
dal manto scintillante
nell'oscura selva
va dicendo al vento
che un giorno tu
tornerai


- Giovanna Giordani

venerdì 1 febbraio 2013

I VECCHI


Ed oggi una struggente poesia della  poetessa  Miriam Ballerini, sempre con un occhio di riguardo, nelle sue opere, alla parte fragile dell'umanità


Una sola lacrima,
la stessa,
sul volto di ognuno.
Così ho letto
la commozione,
il sentimento.
Un viaggio di vita,
affacciati al finestrino
di un vecchio torpedone;
questo è stato il nostro
pomeriggio insieme.
Tutto stampato
su quell’unica lacrima
di gioia genuina.
Quasi una goccia gemella
dei lacrimoni
di bimbi che leggono
le emozioni col pianto.
Vecchi neonati
dal sorriso consunto;
le mani fragili nelle mie,
lasciate in un lungo arrivederci.

© Miriam Ballerini