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sabato 6 aprile 2013

IL BOTTONE NERO







C’era una volta un bottone nero che capitò per caso in una scatola di latta assieme a  una gran quantità di bottoni colorati che si rimiravano l’un l’altro.
Al bottone nero nessuno rivolgeva la parola ed egli un giorno radunò tutto il suo coraggio e chiese ai suoi compagni: - che cosa vi ho fatto di male per meritare questa vostra indifferenza? –
Quelli si guardarono di sottecchi (veramente si dovrebbe dire da sotto i buchetti che avevano in mezzo alle loro forme geometriche varie, tonda, quadrata, romboidale ecc.) finchè uno, un po’ più grosso degli altri e coperto di pietruzze luccicanti, rispose:
-          Veramente tu non ci hai fatto niente di male, ma sei così nero e insignificante che non si capisce come mai ti abbiano messo in nostra compagnia. Guarda, per esempio, quel bottone tutto dorato, com’è solare, lui aspetta di essere esposto quanto prima in bella mostra su di una importante giacca blu. –
Il bottone nero girò gli occhietti verso il bottone dorato e quasi rimase abbagliato dallo splendore che sprigionava e così andò  a rannicchiarsi mogio mogio in fondo all’angolo della scatola senza più replicare.
Qualche giorno dopo, mentre tutti i bottoni stavano facendo il sonnellino pomeridiano, la scatola venne improvvisamente scoperchiata e una mano femminile s’intrufolò con decisione fra i bottoni estraendone a manciate e disponendoli su un tavolo ricoperto da un drappo di stoffa bianca.
- Questo no, questo neanche, questo è troppo grande, questo è troppo piccolo, questo luccica troppo, questo è troppo azzurro, questo è troppo rosso, questo è troppo giallo – e così quella voce femminile mano a mano che scartava i bottoni che non erano di suo gusto li faceva ricadere con un lieve tonfo nella scatola dalla quale li aveva tolti.
Sembrava proprio che quella persona  non trovasse ciò che desiderava.
Il bottone nero stava rannicchiato nel suo angolino fermo fermo ed osservava tutto questo trambusto con un po’ di timore.
Ad un certo punto nell’aria risuonò un’esclamazione di giubilo e in quel mentre il nostro bottone si sentì sollevare repentinamente dal suo luogo appartato e  venne adagiato delicatamente su quella tela bianca  dove i suoi compagni erano stati esaminati.
 - Eccolo – disse la stessa voce di prima – è quello che mi mancava, per fortuna l’ho ritrovato, ora il vestito potrà essere finalmente confezionato come si deve -.
Il bottone nero capì che non sarebbe più tornato assieme agli altri compagni nella scatola e si guardò intorno. Oh, meraviglia! Sul tavolo c’erano altri sette bottoni uguali a lui che lo guardavano sorridenti.
- Ma dove ti eri cacciato? – chiese uno dei sette.
- Beh, non lo so, non ricordo niente, forse ero caduto e ho battuto la testa e qualcuno mi ha visto e messo nella scatola assieme a tutti quei fratelli colorati - .
- Va bene, va bene - disse l’altro bottone – l’importante è che ora Rosa ti abbia trovato perché credo stia preparando qualcosa di speciale per noi.
Rosa, come avrete sicuramente già capito, era quell’essere umano che aveva scombussolato quella pacifica giornata all’interno della scatola di latta.
Ora,  però, credo sia giunto il momento di dare un nome al nostro bottone nero e così lo chiameremo Cico.
I giorni passavano e Cico con i suoi sette compagni neri stavano sempre assieme in una nuova scatolina di cartone molto più piccola della scatola di latta.
Trascorrevano il tempo a chiacchierare del più e del meno, raccontando ognuno qualche passata avventura, più o meno divertente, e si sentivano in sintonia.
Ogni tanto la scatolina di cartone veniva spostata di qua o di là provocando così il solletico ai bottoni neri con conseguenti rumorose risate degli stessi.
Un giorno capitò un fatto che era destinato a rimanere per sempre nei ricordi dei bottoni colorati e di quelli neri.
Sentirono all’esterno del loro involucro un tramestio che non prometteva niente di buono.  Ad un certo punto qualcuno prese la scatolina di cartone e, tolto il coperchio, rovesciò violentemente il contenuto sul tavolo.
- Bottoni! – sghignazzò una voce con tono sprezzante mentre con una manata li stava scaraventando a terra.
 Stessa sorte subirono anche i bottoni colorati della scatola di latta che, involontariamente, si vennero a trovare a tu per tu con i bottoni neri.
- Che disastro, ma cosa sta succedendo? – si chiedevano tutti i bottoni assai spaventati e tremanti, sparsi sul pavimento.
C’è anche da dire che la stanza era tutta buia e quasi non si distinguevano più i bottoni colorati da quelli neri. Tutti i bottoni però si accorsero che fra di loro stava nascendo un caldo sentimento di solidarietà ed amicizia che li univa in quel momento di comune pericolo.
All’improvviso si levò nell’aria un urlo acuto e altissimo mentre sulla porta apparve una sagoma tutta bianca. I bottoni capirono subito che si trattava di un fantasma e zittirono immediatamente.
Anche quella voce iraconda ammutolì di paura e, dal rumore di passi veloci, capirono che il suo proprietario se l’era data a gambe.
Con la quiete ritrovata, tornò anche la luce e il fantasma non fece altro che togliersi la sua veste bianca e posarla su una sedia. Ma a quel punto la sorpresa dei bottoni fu grande: chi indossava la veste da fantasma? Era proprio lei, Rosa, la coraggiosa, che era riuscita a far scappare il ladro! Rosa raccolse subito i bottoni e li rimise nelle loro rispettive scatoline facendo ben attenzione ad assicurarsi che quelli neri ci fossero tutti.
E, se voi aveste visto quella sfilata di carnevale, avreste potuto sentire gli applausi e constatare l’orgoglio dei bottoni neri mentre spiccavano sul bel vestito bianco di Pierrot che, finalmente, Rosa era riuscita a confezionare.
E il nostro Cico era proprio quello in alto, il primo, vicino al cuore.

- Giovanna Giordani -

giovedì 4 aprile 2013

L'ALBERO CHE CANTAVA


C’era una volta un albero un po’ particolare,  e vi dirò subito perchè: questo albero… sapeva cantare! All’arrivo della primavera, dunque, al primo tepore del sole, le sue tenere foglioline cominciavano ad aprirsi e intonavano un coro che si espandeva per tutto il giardino.
Dapprima iniziavano sommessamente, poi, man mano che crescevano e diventavano delle belle foglie verdi, anche le loro voci diventavano sempre più sonore e armoniose rallegrando così le giornate di quel luogo ameno.
Vicino a quest’albero canterino c’era una di quelle piante grasse con quei tremendi aculei che sembravano sempre pronti a colpire chi si avvicinava troppo. Ebbene questa pianta era l’unica nel giardino che non apprezzava per niente le canzoni del nostro albero e pertanto continuava a brontolare come una pentola di fagioli.  – Verrà anche l’autunno – diceva tra sé – così questa musica smetterà! -. E intanto diventava sempre più gonfia di stizza e i suoi spini sembravano pronti a schizzar via per pungere qualche malcapitato.
Verso settembre arrivò nel giardino il primo venticello portando un po’ di tremore dappertutto.
La voce delle foglie dell’albero canterino cominciò a indebolirsi. Allora il sole, impietosito, cercò di donare loro tutto il calore di cui era capace facendole diventare splendenti come l’oro. E così potevano continuare a gorgheggiare contente.
In ottobre passò da quelle parti un signore molto distinto assieme ad un suo amico che indossava dei vestiti un po’ larghi, aveva i capelli lunghi e amava dipingere quadri.
Giunti davanti all’albero che sapeva cantare, si fermarono estasiati dallo splendore delle foglie che il sole non smetteva di accarezzare.
- Che meraviglia! – disse il signore elegante. – Davvero splendido! – replicò il pittore.
A quei complimenti le foglie arrossirono di piacere  e alcune svennero per l’emozione, cadendo  a terra.
- Domani potrai venir qui con il tuo cavalletto e con i tuoi pennelli – disse il signore elegante al pittore.
- Verrò volentieri e ti ringrazio – rispose questi.
- Ecco care, disse la pianta grassa – domani ci faranno il ritratto. Potreste almeno per un giorno smettere di cantare?
- Smettere di cantare? Perché? – risposero le foglie  - noi domani faremo del nostro meglio per regalare a quei signori gentili le nostre più belle melodie -. La pianta grassa bofonchiò rassegnata; tanto con quelle era proprio inutile discutere!
L’indomani era una giornata meravigliosa. Sullo sfondo del cielo turchese e alla luce del sole gli alberi splendevano dei colori più belli e l’albero canterino era più luminoso che mai.
Arrivò il pittore con il suo cavalletto sul quale sistemò una tela bianca di media grandezza; si sedette su una panchina di fronte al nostro albero e, presi  pennelli e tavolozza, iniziò a dipingere. Lo spettacolo era davvero mozzafiato; le foglie arrossivano sempre di più nel sentirsi così al centro dell’attenzione, e cantavano sommessamente.
Disse la pianta grassa: - meno male che oggi almeno cantate più piano e non mi rompete i timpani con i vostri strilli! –
Alla fine della giornata il pittore regalò il quadro al suo amico che ne fu molto contento mentre la notte abbassò le palpebre a tutti gli abitanti del giardino, che si addormentarono serenamente.
L’autunno e l’inverno avanzavano a grandi passi e il vento che li accompagnava faceva cadere le foglie di quasi tutti gli alberi. Solo la pianta grassa rimaneva imperterrita, assieme alle piante sempreverdi.
Anche le foglie canterine caddero una ad una, e mentre si adagiavano sul terreno intorno al tronco dell’albero, continuavano a cantare piano piano, perché sotto la terra, vicino alle radici, le loro sorelle le ascoltavano ansiose di imparare bene le canzoni per poterle cantare la successiva primavera.
La pianta grassa, che ormai non poteva più sentirle,  disse: - meno male che almeno adesso  posso dormire in pace – e, distolto lo sguardo dai rami nudi dell’albero, cominciò a russare come un trombone stonato.
In una bella casa, non molto lontano dal giardino, quel signore elegante di cui abbiamo parlato prima, una sera invitò a cena amiche ed amici con le rispettive famiglie. E, dopo la cena, li condusse in salotto e mostrò loro il dipinto fatto dal suo amico all’albero dai colori splendenti.
Tutti ne fecero gli elogi e lo guardarono con ammirazione. Fra i presenti c’era anche una ragazzina che amava molto dipingere e alla vista del quadro proruppe in una esclamazione di meraviglia : - Ma è bellissimo! Quell’albero ha i colori dell’oro e sembra quasi che sprigioni una musica! -.  Non si era resa conto, come noi sappiamo, di aver detto proprio la verità. E fu così che il nostro albero potè continuare a cantare dal quadro  in ogni stagione,  ma solo le persone speciali riuscivano a sentirlo!

- Giovanna Giordani - 

giovedì 14 marzo 2013

I FIORI DELLA FELICITA'






C’era una volta un bosco che non era un bosco qualsiasi, ma un bosco nel quale gli alberi, i sassi e gli animali  parlavano come gli esseri umani. C’è anche da dire, però, che questo avveniva solamente di notte. Di giorno era un bosco come tanti altri.
 In quel bosco nessuno ci aveva mai messo piede in quanto i suoi confini erano segnati da spessi  rovi spinosi che scoraggiavano chiunque ad avvicinarsi.
Nel paese, in fondo alla valle, si diceva che in quel bosco crescesse il fiore della felicità e che chiunque fosse riuscito a toccare tale fiore sarebbe stato felice per tutta la vita. Come si potrà immaginare tantissime persone si erano messe in cammino per entrare in quel bosco in cerca di quel fiore speciale. Le persone arrivavano piene di entusiasmo e portavano con sé anche delle falci e delle accette per abbattere i rovi, poichè sapevano quanto erano spessi, intricati e pungenti.
Il fatto è che nessuno riuscì mai ad aprirsi un varco per entrare in quel bosco poichè nel medesimo istante in cui il rovo veniva violentemente reciso, un altro più forte ed irto di spine si ergeva davanti a colui che tentava di passare.
Un giorno arrivò da quelle parti un giovane che amava molto passeggiare in mezzo ai boschi ed era di temperamento mite e molto curioso.  Notò quei rovi spessi ed intricati e cercò fra di loro un passaggio costeggiando quel luogo selvatico lungo il sentiero che lo circondava. Cammina e cammina, il tempo passava, ma il giovane non trovò proprio nessun varco per poter entrare in quel  bosco che  stava diventando per lui assai misterioso. Si accorse che il sole stava tramontando e la notte cominciava a stendere il suo scuro mantello sopra ogni cosa. Pensò che doveva tornare sui suoi passi e correre velocemente verso il paese. Per fortuna era una notte limpida e serena illuminata dalla luna piena che, come una regina, troneggiava nel cielo stellato.
Mentre stava accelerando il passo girò il capo nuovamente verso quel bosco inaccessibile e gli parve di udire delle voci.  Si fermò di botto e rimase in ascolto.
-          Felicità, ora canteremo per te – proferì una vocina lieve lieve.
-          C’è la luna, possiamo starcene all’aperto – dissero altre voci.
Il nostro amico, che si chiamava Otto, non credeva alle proprie orecchie e si alzò sulle punte dei piedi allungando anche il collo per vedere  da dove provenivano quelle voci. In quel momento perse leggermente l’equilibrio e, nel ricomporsi, provocò un piccolo rumore sul sentiero sassoso.
-          C’è qualcuno là fuori – sentì dire dall’interno dei rovi.
Siccome Otto era anche un giovane coraggioso, disse:
-          Chi si nasconde fra i rovi? Non fatemi del male perché ho con me il fucile e sarà peggio per voi –
-          Oh, non temere – rispose una vocina squillante – noi non facciamo male a nessuno, caso mai sono gli umani che spesso fanno del male a noi -.
-          Gli umani? – chiese Otto.
-          Si, gli umani, vogliono entrare nel nostro bosco e ci fanno tanto male con le loro falci ed accette. –
-          Ma voi chi siete? – chiese il nostro amico.
-          Noi siamo quello che vedi davanti ai tuoi occhi – risposero. Allora Otto sgranò i suoi occhioni scuri e vide fra i rovi un’infinità di occhietti vispi puntati su di lui.
-          Io non capisco chi voi siate – disse - posso entrare per vedere meglio? – chiese.
-          Solo se poggi il fucile per terra e liberi le mani da ogni cosa – risposero.
Allora Otto poggiò il fucile per terra e cominciò a spostare delicatamente i rami spinosi, facendosi largo, finchè giunse davanti ad una piccola radura. Si guardò intorno, ma non vide anima viva, solo quegli occhietti vispi che spuntavano da ogni tronco, ramo e sasso là intorno.   
All’improvviso si levò nell’aria un coro che intonò una dolcissima canzone mentre una brezza leggera muoveva i fili d’erba e le fronde degli alberi come in una danza.
In quel momento il prato fu illuminato da una miriade di fiori bianchi che luccicavano ai raggi della luna.
Le voci del coro si smorzarono lentamente e intorno si levò un leggero brusio.
Allora, una vecchia quercia che stava di fronte al nostro amico, così parlò:
-          Caro giovane Otto, questa notte hai visto dove vivono i fiori della felicità. Sono gelosamente custoditi in questo bosco perché non vogliamo che vengano sciupati nel mondo, là fuori. Ora, se tu ne coglierai uno, potrai essere felice per tutta la vita e così pure i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, ma ad una condizione: dovrai sempre seguire la via del bene e fuggire dai sentieri del male. La via del bene è quella che ti indicherà il tuo cuore, quella del male quella che ti indicherà il tuo egoismo.  Potrai permettere di toccare il fiore della felicità a tutte le persone che lo desiderano – continuò la vecchia quercia – ma dovrai precisare che l’effetto della felicità svanirà se non osservano ciò che ti ho appena detto -.
Il giovane Otto allora si chinò e raccolse uno di quei fiori bianchi:
-          Farò come dici tu, lo prometto, grazie – disse.
Nel  frattempo stava ormai albeggiando e Otto sentì il desiderio di tornare alla sua casa; si girò per vedere se c’era ancora il piccolo varco fra i rovi e, riconosciutolo, si avviò con passo deciso. Gli occhietti erano spariti e una brezza leggera lo accompagnava fin sull’orlo della stradina.
 Era fuori. E aveva in mano il fiore della felicità.
Giunto al paese raccontò la sua avventura, ma non tutti gli credettero.
Taluni però vollero toccare quel fiore e promisero di osservare le raccomandazioni che il giovane aveva ricevuto dalla vecchia quercia.
E si sa che furono loro, poi, ad assaporare il raro e squisito sapore della felicità.

- Giovanna Giordani -



sabato 9 marzo 2013

LA LEGGENDA DELL'ALBERO DI REGINELLA






Si racconta che, in una piccola casetta di un paese adagiato alle falde di una possente montagna,  erano vissuti tanto, tanto tempo fa, un vecchio vedovo con la sua giovane figlia di nome Reginella.
Costei accudiva con cura il vecchio padre e spesso gli chiedeva di raccontargli com’era la sua mamma della quale proprio non poteva ricordare nulla in quanto, quando il cielo se l’era presa, lei era troppo piccola.
Pur sentendo sanguinare una ferita che non si era mai chiusa, il vecchio, per amore della figlia, cercava di accontentarla e le raccontava della bellezza e gaiezza della madre e di come era buona e gentile con tutti.
Reginella ascoltava estasiata e cercava di immaginarsi i lineamenti ed il dolce sorriso della madre.
Gli anni passavano implacabili. Reginella si era fatta una bella ragazza ed il padre era sempre più debole e stanco.
Un giorno passò da quelle parti un giovane signore e, mentre percorreva la strada principale del paese in cerca di un ostello, incontrò Reginella che usciva dal negozio del droghiere.
Colpito dalla sua bellezza la seguì e le chiese dove poteva trovare alloggio per quella notte.
Reginella guardò quel signore dall’aspetto gentile e, poiché in quel piccolo paese non c’erano ostelli,  pensò che avrebbe potuto chiedere al vecchio padre di ospitarlo presso di loro. Lo invitò quindi a seguirla nella sua umile casetta.
Il padre, naturalmente, non si oppose, anche perché non avrebbe mai osato rifiutare qualcosa alla sua buona e adorata figlia.
E così Reginella fece accomodare quel signore e si prodigò per preparare una buona cenetta per tutti e tre.
Erano così rari gli ospiti a casa loro.
Si accomodarono quindi attorno al tavolo e Reginella servì delle gustose vivande fumanti. L’ospite disse che era un ballerino alla corte del re;  il suo nome era Omar ed era molto felice del suo lavoro perché quando danzava si sentiva sereno e leggero e si scordava di tutte le cose tristi della vita.
Reginella lo ascoltava con interesse ponendo parecchie domande mentre le sue guance si facevano sempre più rosse.
Il padre guardava i due giovani in silenzio e all’improvviso sentì che i suoi occhi erano molto pesanti e non riusciva più a tenerli bene aperti. Si alzò dal tavolo e si sdraiò sulla poltrona ben ricoperta dai cuscini che la figlia aveva confezionato e ricamato per lui.
Fra un racconto e l’altro, il tempo fuggiva veloce e la notte stava avanzando a grandi passi.
Reginella disse che sarebbe andata di sopra a preparare la stanza per il giovane viandante e così lo lasciò solo con il padre.
Omar si avvicinò alla poltrona e si accorse che il vecchio si era addormentato. Lo lasciò ai suoi sogni ed attese il ritorno di Reginella la quale non si fece aspettare molto.
Si avvicinò alla poltrona del padre e lo invitò dolcemente ad andare a letto. Il padre non rispondeva.
Gli pose una mano sul volto per accarezzarlo e sentì sotto i palmi un gelo che la riempì di terrore.
Iniziò a gridare invocando il nome del padre, ma tutto era inutile.
      - E’ morto – disse Omar.
Il giorno successivo lo seppellirono accanto alla moglie.
Omar chiese a Reginella di partire con lui ed ella acconsentì.
Fu portata alla corte del re e le fu insegnata l’arte della danza. Ma Omar era scomparso. E questo era il suo grande cruccio.
Le piaceva danzare, ma sentiva molto la mancanza del padre e di Omar e, seppure vivesse in mezzo alla ricchezza ed agli agi, non era felice.
Una sera, dopo l’ennesimo successo per una danza in onore degli invitati del re, Reginella, nella solitudine della sua stanza, pensò alla sua mamma.
La chiamò così intensamente che le sembrò che ella fosse lì, accanto a lei ad ascoltarla.
In quel momento una forte folata di vento gonfiò  i pesanti tendaggi che adornavano la stanza  ed Omar in persona le apparve nel vano della finestra.
- Vieni, corri, non c'è tempo da perdere - la invitò concitato Omar.
Reginella era sconvolta dall’emozione e si lasciò sollevare dalle forti braccia del giovane che la condusse con sé.
Un cavallo nero li stava aspettando nella strada e,  appena furono ambedue in sella,  fuggì via al galoppo.
Correvano veloci, attraverso le stradine e poi, fuori, nei prati e poi sù, sù verso i boschi e la montagna.
     - Ti spiegherò dopo - le disse Omar.
     Quando gli parve di essere abbastanza lontano dal castello del re, fermò il cavallo e, dopo essere smontati dallo stesso, si sedettero su di un masso lì vicino.
     - Ti ho mentito – le confessò Omar. - Io avevo ricevuto l’incarico dal re di procurargli delle belle ragazze per le feste frequenti che organizzava al castello. Se non avessi obbedito mi avrebbe fatto tagliare la testa. Ma tu, eri talmente innocente e gentile che, dopo averti condotta da lui, sentii  muoversi dentro di me i rimorsi come serpenti.  Finchè presi la decisione di rischiare la mia vita e di portarti via  -.
     -  Ti ringrazio, mio Omar, rispose Reginella. Io, infatti, non ero felice là,  in quel castello e il pensiero di te non mi lasciava mai. –
Mentre stavano parlando la prima neve cominciò a cadere e si preoccuparono subito di cercare un riparo. All’improvviso, però, udirono l’abbaiare furioso di cani ed Omar disse che erano stati sguinzagliati al loro inseguimento dai soldati del re,  per uccidere lui e riportare lei alla sua vita infelice.
La neve cadeva sempre più copiosa e Omar coprì Reginella di un mantello bianco che aveva portato con sé. Si alzarono in piedi e lui la strinse forte, sempre più forte, accanto al suo petto baciandola appassionatamente.
Poi, lentamente,  cominciarono a girare su se stessi, prima piano, poi più forte, poi sempre più forte, abbracciati come fossero un corpo solo mentre la neve li nascondeva in un gelido turbinio che faceva fremere tutto ciò che li circondava.
Giravano incessantemente, e da quel vortice bianco si formarono delle raffiche di ghiaccio che accecarono tutti i cani che si stavano avvicinando e così pure i soldati rinunciarono all’inseguimento per paura di essere colpiti a morte.
Finchè la calma ritornò.  Un bianco silenzio copriva ogni cosa.
Omar e Reginella erano talmente avvinghiati che nessuno mai più li avrebbe potuti dividere.
Col passare del tempo, da quelle parti fu visto un albero strano ed originale,  col tronco bianco chiazzato di scuro,  che si ergeva in spirali verso il cielo assieme ai rami ad esso attorcigliati come in un abbraccio forte e struggente. Nessun altro albero gli somiglia.
Fu così che, piano piano, nacque fra gli abitanti di quel luogo la leggenda dell’Albero di Reginella.
E ancora oggi, nel paese,  quando inizia a spirare il vento forte dell’inverno,  si va dicendo che Omar e Reginella stanno ricominciando a danzare, lassù nella foresta alle pendici della possente montagna.

- Giovanna Giordani -

 



martedì 5 febbraio 2013

IL PICCOLO CUORE


C’era una volta un piccolo cuore, ma proprio piccolo piccolo, tanto che il suo lieve battito si sentiva appena.
Un  giorno, non si sa come nè quando, questo piccolo cuore si ritrovò  in un luogo misterioso e cominciò a piangere silenziosamente.
Le fate stavano facendo la loro passeggiata giornaliera e notarono fra le foglie di malva, al bordo del sentiero, una cosina tutta rossa che non era sicuramente una fragola. Beh, era il piccolo cuore, come avrete già capito! Le fatine si fermarono di botto assai incuriosite. Fata-farfalla lo raccolse delicatamente nella sua mano cercando di asciugargli le piccole lacrime, poi lo mostrò alle sue compagne che lo ammirarono stupefatte perché non avevano mai visto nulla di simile dalle loro parti.
La notizia si sparse per tutto il regno e giunse così alle orecchie  della regina delle fate e del principe degli elfi che accorsero per vedere lo strano esserino.
Il piccolo cuore aveva due occhietti azzurri come quelli dei myosotis e allora si decise all’unanimità di chiamarlo Myo. E così lo chiameremo anche noi durante questo breve racconto.
Myo si guardava intorno incuriosito e non diceva una parola (aveva anche una piccola bocca), ma almeno non piangeva più.Però...però sorgeva un bel problema. Chi si sarebbe preso cura di lui? A questo interrogativo si udì un coro di voci che diceva:  -io, io, io, io! -
Ma è chiaro che Myo non poteva abitare in tutte le casine delle fate e così venne presa una decisione che nessuno si sarebbe aspettato: la regina delle fate decise che Myo doveva essere condotto al suo castello dove lei stessa avrebbe provveduto ad accudirlo.
Le fate esclamarono un OOOHHH  che fece tremare le foglie degli alberi vicini, perché abitare nel castello della regina era, naturalmente, considerato un grande privilegio. Però furono tutte contente di quella decisione che almeno non avrebbe permesso loro di litigare per ospitare quel tenero batuffolino rosso!
Fu così che la regina ordinò ai folletti di sistemare delicatamente il piccolo cuore nella sua carrozza d’oro e,  via, al galoppo verso il castello. Il principe degli elfi,  invece,  fu invitato a cena dalle fate durante la quale gli  raccontarono  di come avevano trovato quel tipetto così diverso da loro.
Intanto la regina era arrivata nella sua dimora regale e fece preparare una bellissima stanza per Myo il quale non si rendeva neanche conto di quello che gli stava succedendo, ma capiva solo che qualcuno si stava per davvero occupando di lui.
I giorni passavano, Myo si stava adattando al nuovo ambiente nel quale riceveva tutto ciò di cui sembrava aver bisogno.
Ogni tanto arrivava in visita al castello il principe degli elfi con i suoi folletti e Myo  si rendeva conto di quanto il loro aspetto fosse così diverso dal suo. Forse era per questo, pensava la regina, che ogni tanto  scorgeva in quegli occhietti azzurri una certa malinconia.
Un giorno provò a parlargliene e così il piccolo cuore le disse che gli sarebbe tanto piaciuto avere l’aspetto di uno degli elfi che vedeva saltellare felici nei prati intorno al castello.
Detto fatto, la regina delle fate sfoderò la sua bacchetta magica e il piccolo cuore diventò un bellissimo elfo.
- Sei felice ora? – gli chiese. -  Oh si, tanto, grazie regina - rispose Myo abbracciandola senza pensarci due volte!
Il tempo passava e il folletto Myo si divertiva a giocare e a scherzare assieme agli altri compagni.
- E il piccolo cuore?-  Direte voi – dov’è andato a finire? -  Beh, il piccolo cuore era rimasto dentro il petto di Myo e continuava a battere con sempre maggior forza tanto che qualche volta faticava a calmarlo. Fu in uno di questi momenti che Myo si accorse che forse il suo cuore voleva dirgli qualcosa che lui non riusciva  proprio a capire. Provava così una sensazione strana che gli toglieva un po’ della serenità che godeva in quel posto incantato. In fondo era nel castello della regina delle fate, aveva tutto quello che desiderava, eppure ogni tanto saliva dal suo piccolo cuore uno strano richiamo. Si decise a confidarsi con la regina la quale riflettè molto su quanto udiva e capì che il cuore di Myo forse desiderava qualcosa che la sua bacchetta magica probabilmente non era in grado di fargli avere. E questo le dispiaceva molto.
Un giorno d’estate la regina decise di portare Myo a fare una passeggiata lungo il sentiero che confinava con il suo regno e dove era molto facile incontrare gli esseri umani. Ad un certo punto passò accanto a loro  una giovane donna dallo sguardo molto triste. Alla sua vista Myo sentì il cuore accelerare i battiti in modo tale che dovette fermarsi a sedere su una panchina. La regina prese posto accanto a lui e, mano a mano che Myo le raccontava del suo cuore in tempesta, ella cominciava  a comprendere che i suoi sospetti si stavano rivelando delle certezze. Ma non disse nulla.
Tornati al castello ognuno riprese le sue solite occupazioni.
Ma quando Myo ripensava a quell’incontro sentiva nel suo cuore come la puntura di uno spillo che per un po’ gli procurava un leggero dolore.  Intanto la regina, che voleva la felicità di Myo, non sapeva come fare a donargli quella serenità che sembrava scemare di giorno in giorno dagli occhi azzurri del suo pupillo. Pensa e ripensa, ad un certo punto si ricordò del suo vecchio amico mago Eliodoro che non vedeva da tanto tempo e decise di mandarlo a chiamare per un consulto importante. Il mago Eliodoro non se lo fece ripetere due volte perché aveva una simpatia particolare per quella regina e arrivò come un fulmine al castello.
Quando seppe del problema capì che era proprio una magia difficilissima quella che gli stava chiedendo la regina delle fate, ma non volle arrendersi e, tornato nella sua vecchia torre,  dove si trovava la sua biblioteca, cominciò a consultare i suoi libri di magia uno ad uno. Dopo un po’ di giorni il mago Eliodoro ritornò tutto ottimista al castello della regina  dicendo che, forse, la speciale magia poteva essere compiuta, ma doveva avvenire solo nel regno delle fate e non in quello degli umani.
Allora la regina radunò alcune fatine  e, dicendo loro di procurarsi  della polverina magica, si avviò per quel sentiero in cerca di quella giovane donna dagli occhi tristi che aveva fatto battere tanto il cuore al suo Myo.  Quando la videro sbucare dal fondo del viale ordinò alle fatine di spruzzare sul capo della donna la polverina che la addormentò subito e poi tutte insieme la sollevarono e la portarono al castello dove il mago Eliodoro potè compiere la sua magia.
Quando la donna si svegliò, vide davanti a lei Myo con lo sguardo splendente di gioia. Non era più un folletto, ma un bambino come tutti gli altri. La donna gli spalancò le braccia  nelle quali lui si rifugiò senza indugio mentre le sue labbra pronunciavano una parola che gli dettava il suo piccolo cuore : mamma!  La sua mamma ritrovata lo stringeva forte a sé ed  ambedue non smisero di piangere fino a quando nel cielo apparve una luna immensa con un sorriso particolare.
Myo e la sua mamma non capivano bene in che luogo fossero capitati, ma questo non li preoccupava; erano solamente consapevoli che qualcuno li aveva fatti incontrare e che i loro cuori si erano riconosciuti e ora battevano all’unisono e non avrebbero potuto più rimanere divisi l’uno dall’altro,  per nessuna ragione al mondo.
E non seppero mai che anche la regina, mentre li osservava, sentiva sgorgare dai suoi occhi delle goccioline che un venticello leggero raccolse e lasciò cadere nel mare,  dove furono  gelosamente custodite dalle preziose conchiglie.

Giovanna  Giordani

Domenica scorsa era la giornata del Movimento per la Vita e sono stata molto felice che questa mia fiaba abbia ispirato, per l'occasione,  la seguente rappresentazione realizzata in notevole collaborazione fra grandi e piccini con reciproca  gioiosa soddisfazione


giovedì 6 dicembre 2012

LIBERTA'





Anche quel giorno estivo stava giungendo al termine.
La brezza pomeridiana si stava trasformando gradatamente in un vento sempre più insistente che si divertiva a giocare con tutto ciò che gli capitava a tiro.
Il pino marittimo, alquanto inclinato, come la schiena di un vecchio acciaccato, era l’unico a dare il benvenuto a quel ventaccio che non preannunciava niente di buono.
Egli accoglieva il vento sempre con favore perché, il suo arrivo, ravvivava in lui una segreta speranza, un suo grande antico sogno,  fin da quando era nato, lì sul viale in riva al mare.
Ormai conosceva a memoria tutti i discorsi dei passanti e la solita domanda che i bambini rivolgevano ai genitori: - come mai quel pino ha il tronco così inclinato, così storto? –
- E’ a causa del vento – rispondevano gli adulti.
E il pino li guardava mentre correvano verso la spiaggia, seguiva l’andirivieni delle persone e spesso era contento di poter essere utile a qualcuno che cercava momentaneo ristoro accanto alla sua ombra.
Quella sera sembrava che il vento facesse proprio sul serio. Aveva rovesciato gli ombrelloni e tutti erano impegnati nel mettersi al sicuro. Nubi minacciose avanzavano scure e gonfie di pioggia dalla linea plumbea del mare le cui onde erano sempre più alte e fragorose.
Il pino, anche questa volta, si lasciò sbeffeggiare piegandosi sempre di più  verso il basso. Tutti correvano, come al solito, correvano e lui… avrebbe voluto anche lui… Un bagliore attraversò il cielo seguito dall’enorme fragore di un tuono e grossi goccioloni cominciarono a cadere con sempre maggiore insistenza e intensità. Il vento sembrava sfogare una arcana rabbia repressa e si abbatteva impietoso su ogni cosa. Il pino marittimo si contorceva, piegandosi sempre di più e, quasi inginocchiato, sfiorando l’asfalto, cominciò a pregare così’:
- vieni ventaccio, vieni, forza, forza, insisti, più forte, dai, sradica, sradica queste radici, ti prego… aiutami… -
Il vento sembrava aver capito e cominciò a ululare come non aveva fatto mai, avventandosi con tutta la sua energia su quel pino marittimo la cui maestosa e folta chioma era ormai tutta scomposta e spettinata.  Le raffiche erano una più forte dell’altra finchè ebbero la meglio sulle radici che, non riuscendo più a resistere, cominciarono ad allentare la loro presa nella terra.
L’albero ebbe la certezza  che qualcosa di importante stava accadendo in lui. Era una strana sensazione di leggerezza… Si sentì all’improvviso librare nell’aria.
- Ecco fatto – brontolò il vento.  – Ora sei libero –
- Portami lontano – lo supplicò il pino marittimo. Allora il vento radunò tutte le forze rimastigli e lo sollevò spingendolo in alto, lungo la spiaggia. Il pino vide le sue radici danzare nell’aria e si sentì pervadere da una felicità mai provata – E’ meraviglioso – si disse – sono libero, sto volando, grazie, vento -.
Questi si stava chetando e rispose: - ora devo lasciarti, per oggi la mia parte è finita, non posso far altro che augurarti buona  fortuna  –.
Il pino cadde con un  tonfo sulla sabbia e guardò le sue radici rivolte verso il cielo.
Il mattino seguente accorsero in tanti  a vedere il grande pino divelto. – Ma quante gambe ha!  – disse un bimbo alla mamma.
- Si, ma purtroppo non può camminare – lei rispose.
All’udire queste parole il pino tornò a rivolgere lo sguardo alle sue radici. Esse si tendevano verso l’alto, inondate dal sole.
- Non angustiatevi mie radici – sussurrò il pino – non potrete camminare, ma voi sole sapete la gioia immensa che provaste nel volare, libere, sopra il mare e la felicità che provate nell’assaporare il calore dei baci del sole - .
Poi, socchiuse i suoi grandi occhi verdi e i passanti non poterono mai vedere il suo sorriso mentre la brezza mattutina lo accarezzava indugiando a sussurrare incomprensibili parole fra la sua folta chioma adagiata sulla sabbia del mare.

- Giovanna Giordani - 

Questo mio racconto, letto in rete, ha ispirato il seguente cortometraggio dal titolo 10.411. L’autore dice che è il numero di minori scomparsi in Italia dal 1973.
Il racconto inoltre è inserito nell’antologia curata da Gaia Cenciarelli, “Auroralia”.